Recensione: “Ultima Oasi” (2016) di Alfonso Zarbo

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DALLA QUARTA DI COPERTINA: Il sole rischia di esplodere. Per la prima volta, nel mondo, è la luce a fare paura. Il caldo si insinua negli stracci dei poveri e nelle corazze dei cavalieri, distrugge i raccolti, prosciuga mari e oceani. La luce strangola la speranza.

Ultima Oasi, però, sopravvive. Striature di cenere vorticano nell’aria come in una selvaggia danza orientale: un vento nero avvolge l’ultima, preziosa città. Ma il suo destino, e quello del suo intero popolo, è nelle mani di due ragazzi.

Arkan è un sedicenne. Vive nel deserto. In esilio. Non ricorda nulla della sua infanzia da principe a Ultima Oasi, non ha nemmeno avuto il tempo di viverla. Il suo obiettivo è difendere i confini dell’ultimo impero dai predoni. Alla morte del suo tutore, parte per Ultima Oasi: intende chiedere rinforzi e provviste a suo padre. Ad accompagnarlo, un tuareg dal muso lungo, una schiava giunta dal nulla e una tigre che lo segue ovunque. Tutti e tre nascondono un segreto.

Dhaki ha sempre avuto quello che gli agi e l’influenza del padre potevano offrirgli: erede legittimo di Ultima Oasi, soldato addestrato e, presto, capitano nelle forze elette dell’impero. Ma qualcosa va storto. Forze ignote e intrighi di potere lo spingono a dubitare, a indagare. Quello che scopre cambierà drasticamente la vita di tutti.

In un impero circondato dal vuoto, un assassino con un passato da principe e un principe con un passato da assassino dovranno affidarsi all’intuito e alla spada. Prima che sia troppo tardi.

***

Dopo aver superato la mia idiosincrasia per il “fantastico italiano” grazie al lavoro di Vincent Spasaro, che ho avuto modo di commentare in un’altra occasione, sono atterrata su Ultima Oasi, il nuovo romanzo di Alfonso Zarbo.

Alfonso è un giovane autore assai promettente, con alle spalle una carriera variegata e interessante, un autentico avventuriero nel mondo dell’editoria e, in generale, della comunicazione, almeno quanto lo sono i suoi personaggi.

Dhaki e Arkan sono fratelli agli antipodi sia per vissuto personale che per doti caratteriali ma entrambi fanno del loro meglio per sopravvivere in un mondo, quello di Ultima Oasi, che si restringe sempre più, accartocciandosi su se stesso come una foglia che brucia.

Dhaki deve vedersela con i predoni del confine, Arkan con gli intrighi di corte e, intanto, perseguono l’obiettivo comune di difendere le genti di Ultima Oasi dalle minacce di un sistema corrotto, infido e misterioso almeno quanto lo è il mondo nel quale resistono. In questa importante missione sono aiutati da un gruppo di compagni: una fanciulla dal passato misterioso, un tuareg bellicoso e una tigre.

Il world–building è l’aspetto più affascinante dell’intera opera: una sorta di Medioriente alternativo, medievaleggiante, che conserva intatto il suo fascino esotico più tradizionale ma rafforzato da elementi fantastici tipici del romanzo, decisamente originali. Ultima Oasi, anche nota come La Città delle Mille Colonne, o Iram At Al–‘Imad, è una terra intrappolata tra le ceneri di un sole morente e le sabbie quasi carbonizzate di un deserto consumato dal calore; in questo territorio inospitale vagano creature misteriose, assassini agguerriti, predoni decisi a sfondare le difese dell’ultima città del mondo per invaderla e devastarla.

Alfonso sa scrivere. Sin dalle prime battute ci troviamo immersi nella vicenda, la quale viene esposta ai nostri occhi in maniera fluida e omogenea, con un ritmo che non risente di momenti morti o, semplicemente, noiosi. Più volte, durante la lettura, mi sono sorpresa a sottolineare passaggi particolarmente suggestivi, immagini dipinte con perizia, descrizioni dalle quali si può imparare.

Per contro, le scene delle battaglie zoppicano non poco, in particolare quella che avviene in città sul finire del romanzo e che pecca decisamente in materia di strategia.

Sotto tutti questi punti di vista, più che da altri romanzi, l’autore appare influenzato dalle esperienze videoludiche sul genere di Assassin’s Creed nonché da anime e altri media. La cosa non è necessariamente da interpretare come un difetto: Ultima Oasi è un romanzo moderno. Oggigiorno la letteratura non può fare a meno di essere influenzata dagli altri media. Può piacerci oppure no, ma questa si chiama evoluzione. Ciò detto, ricordiamoci, però, che non si può e non si deve mai prescindere dalla verosimiglianza intrinseca a ogni storia.

Trovo che l’aspetto più carente del romanzo sia la caratterizzazione dei personaggi. I loro backgrounds sono interessanti: in diverse occasioni l’autore accenna a episodi del loro passato, ammiccando al lettore in maniera succulenta, tuttavia si arriva alla fine del romanzo senza che abbia chiarito la reale portanza di questi avvenimenti i quali, si intuisce, sono significativi per spiegare lo sviluppo dei personaggi e le motivazioni che reggono le loro azioni. Ciononostante, rimangono nebulosi e inspiegati.

Il risultato è la percezione di qualcosa di inconcluso, di lasciato cadere nel nulla, e si avverte l’amarezza e l’insoddisfazione di non aver veramente conosciuto i personaggi. Forse l’autore ha pensato di colmare questo bisogno nel prossimo episodio della saga, tuttavia non mi sembra una scelta efficace: in questo modo ha tolto al lettore la possibilità di “empatizzare” con i personaggi, cosa di fondamentale importanza per generare il coinvolgimento emotivo e quello speciale rapporto di intimità e confidenza che, sbocciando tra autore e lettore attraverso il filo rosso rappresentato dai personaggi, infonde fiducia e suscita la sospensione dell’incredulità. Credo che sia un difetto rilevante, poiché ha tolto spessore a un’opera ben congegnata, che meritava di essere presentata nella maniera più espressiva possibile. Più che una critica la mia vuole essere un’osservazione e un incitamento: c’è molta carne al fuoco – carne succulenta – e l’unico “errore” dell’autore è stato di averla lasciata un po’ troppo “al sangue”.

Certi libri vanno gustati ben cotti…

Ultima Oasi è stato scritto con passione ed entusiasmo, si avverte con chiarezza. C’è molto potenziale e lo stesso Alfonso è un autore promettente. Potrebbe osare di più.

Mi auguro che entrambi, autore e romanzo, continuino a crescere e a evolversi per regalarci, presto, uno splendido esempio di fantasy italiano.

Arioch solo sa quanto ne abbiamo bisogno.

Mariateresa Botta

BIOGRAFIA DELL’AUTORE:

Alfonso Zarbo vive a Lenno, sul Lago di Como. Ha cominciato a scrivere fantasy nel 2008 e non ha più smesso, trasformando questa passione nel suo lavoro.

Ha scritto per «Fantasy Magazine» e curato collane e antologie per la piccola editoria. Sua la raccolta di racconti fantasy Schegge illustrata da Paolo Barbieri. Per Gargoyle Books ha pubblicato il romanzo breve Ultima Oasi.

Ora è consulente sulla saga cult Il trono di spade per Mondadori e co-curatore della collana TrueFantasy di Watson edizioni. A questo affianca il lavoro come doppiatore e speaker.

(alfonsozarbowriter.blogspot.it)

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