I racconti di Satampra Zeiros: “Il mausoleo del Creatore” di Simone Ardovini

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Nel quinto appuntamento della rubrica “I racconti di Satampra Zeiros”, abbiamo il piacere di ospitare Simone Ardovini, giovane scrittore che ci presenta Il mausoleo del Creatore, short story di circa 20.000 battute spazi inclusi.

Buona lettura.


Autore: Simone Ardovini, nato a Frosinone nel 1996, studia Chimica presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Nel 2006 si è classificato primo ex aequo al concorso nazionale per ragazzi e ragazze delle scuole elementari e medie Poesie per i nonni – VII edizione, con la poesia dal titolo Sotto un Salice.

Nel 2013 si è classificato quarto nelle selezioni regionali (regione Lazio) del premio letterario Campiello Giovani con il racconto Il viaggio del secolo.

Nel 2015 ha partecipato al progetto ABC- Regione Lazio- Cinema e Storia come sceneggiatore del cortometraggio Anonimi eroi, il quale ha vinto il primo premio del suddetto concorso.

Nel 2014 ha conseguito il compimento inferiore (quinto anno) di chitarra classica presso il Conservatorio L.Refice di Frosinone. Nel 2010 ha partecipato anche alla XVIII edizione del concorso musicale nazionale G.Visconti (fondazione L.Granese) classificandosi secondo nella categoria Musica da Camera e terzo nella categoria Solisti – Chitarra.


Sinossi: Ambientato ad Atlantide, il racconto segue l’impresa di una cacciatrice di tesori di nome Yara. La donna giunge in un piccolo villaggio costruito ai confini di un’intricata foresta tropicale, e qui scopre che l’antica piramide situata al suo centro potrebbe celare un tesoro inestimabile. Facendosi beffe dei pericoli mortali che si vocifera infestino la giungla e delle leggende che vorrebbero la piramide abitata da una creatura demoniaca, Yara si getta a capofitto in quella che si rivelerà essere un’avventura surreale che le svelerà una verità da lungo tempo dimenticata.


Il mausoleo del Creatore

di Simone Ardovini

 

Nelle umide terre centrali di Atlantide vi erano zone ancora del tutto inesplorate, aree in cui nemmeno il più audace degli spadaccini del Re osava avventurarsi. Fra queste, una in particolare aveva fatto breccia nell’immaginario dei pochi abitanti di quelle lande selvagge: la fitta, tropicale foresta vergine che si ergeva appena oltre il villaggio di El. Era, questa, una giungla fitta e oscura, avvolta di liane e rampicanti velenosi, popolata di animali orrendi e letali che avevano nidificato sulle cime di altissimi alberi millenari. Le disarmoniche urla di quei mostri, agghiaccianti nella notte fredda, avevano tolto il sonno a più d’un uomo, e gli anziani del villaggio si divertivano a raccontare ai bambini terribili storie sul loro conto.

Tuttavia, non erano certo questi i motivi che avevano sempre tenuto alla larga i coraggiosi dalle oscure profondità di quel luogo. Se si saliva sulla torre di osservazione del villaggio si poteva infatti scorgere, all’esatto centro della boscaglia tenebrosa, la cima di una bizzarra struttura piramidale, che svettava per una decina di metri al di sopra dell’oceano di chiome verdeggianti. Era fatta di un qualche sconosciuto minerale grezzo che scintillava accecante solo in determinate ore del giorno. Quest’anomala proprietà dell’edificio, unita alle voci che lo vedevano abitato da una bestia antichissima e terrificante, erano più che sufficienti a tenere lontani gli avventurieri dotati d’un minimo di buon senso.

Il problema di Yara era che, per quanto pragmatica, il buon senso non l’aveva affatto; ed era anche e soprattutto per questo che, non appena aveva udito la storia della piramide nella giungla, si era gettata a capofitto verso di essa, sapendo, da qualche parte dentro di sé, che quella rovina di un tempo dimenticato non poteva essere nient’altro che la tomba di un qualche re antico, e che dunque doveva per forza di cose essere stracolma di intonse ricchezze. Così, dopo aver riso in faccia alle sciocche leggende locali, si era procurata una robusta scimitarra, da usare per farsi strada nell’intricata boscaglia, e si era immersa nella sua ennesima folle caccia. Caccia che, pur essendo durata diverse ore, non era ancora giunta alla sua conclusione: nonostante avesse percorso chilometri e chilometri, infatti, Yara ancora non intravedeva la base della piramide.

La giungla era fittissima, e le chiome degli alberi a stento consentivano alla luce solare di raggiungere il terreno accidentato. Serpenti e altre strane creature vermiformi penzolavano dagli alberi, gli occhi gialli scintillanti nella semioscurità. Il sottobosco era un fitto reticolo di robusti tralci e radici gibbose che rendevano l’avanzata ancora più difficile di quanto non fosse già. L’umidità era soffocante, e il corpo di Yara si era ricoperto in breve tempo di un sottile e appiccicoso velo di sudore. In quell’ambiente così inospitale, la fatica pareva moltiplicarsi, e ogni minimo gesto richiedeva uno sforzo muscolare non indifferente, a causa della rapida disidratazione causata dall’atmosfera pluviale. Ma la coraggiosa esploratrice non era certo nuova a simili avversità. A testimonianza di ciò vi era il suo corpo, il quale, nonostante fosse esile di costituzione, era intrecciato con un elegante fascio di muscoli, temprati dalle decine di avventure che aveva affrontato negli anni passati. Il volto della giovane aveva lineamenti delicati, ma era perennemente segnato da un vigoroso cipiglio, il quale incorniciava un altero paio d’occhi violetti. Una chioma ribelle di capelli rossi come una cascata di sangue, perennemente sudati e in disordine, completava un profilo fisico che richiamava, a un tempo, la bellezza fiorita di una giovane donna e il brutale vigore di una guerriera solitaria.

Tranciando con un fendente l’ennesima barriera vegetale che le intralciava il passo, Yara si chiese se non fosse il caso di fermarsi a riposare. Scartò tuttavia quell’idea molto rapidamente: era da poco trascorso il mezzodì, e aveva ancora molte ore di luce a disposizione. Meglio non sprecarle. Decise tuttavia di concedersi un breve pasto, almeno per saziare quel fastidioso languorino che provava già da un po’. Così infilzò un boa solitario che era incautamente sceso a terra e lo divorò crudo, assaporando il gusto pungente del sangue fresco mentre continuava l’esplorazione.

Dovettero passare almeno altre due ore prima che la guerriera raggiungesse un punto in cui la boscaglia iniziava a diradarsi. Emozionata, capì che doveva aver alfine trovato ciò per cui era venuta. Scattò in una breve corsa, rinfoderando la scimitarra e facendosi strada attraverso gli arbusti sempre più radi, finché la giungla non scomparve del tutto, aprendosi in una vasta radura.

Ciò che vide la lasciò, per la prima volta nella sua vita, senza fiato. Sapeva che la tomba doveva essere grande, ma mai avrebbe immaginato che lo fosse così tanto. La base della piramide era talmente lunga e larga che, per quanto si sforzasse, Yara non riusciva a distinguerne i bordi. E quanto era alta! Usando come metro di paragone i titanici alberi che la circondavano, la guerriera stabilì che la costruzione s’innalzava per almeno duecento metri prima di sparire oltre il fitto fogliame.

Yara ridacchiò: se quello non era il mausoleo di un sovrano, non sapeva cos’altro avrebbe potuto esserlo. Eccitata all’idea dell’opulenza che l’aspettava, cercò freneticamente con lo sguardo un qualunque potenziale accesso all’interno della rovina. Sulla facciata anteriore sembravano non esserci porte né finestre. Provò a tastare le pareti in cerca di qualche pulsante nascosto, ma ben presto si rese conto che sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio. Frustrata, si incamminò verso sinistra, decisa a controllare anche tutte e quattro le facciate, se fosse stato necessario: aveva versato molto sudore per arrivare fin lì, e certo non si sarebbe arresa così presto.

Dopo forse cento metri la piramide si interruppe in un angolo perfettamente retto, mostrando a Yara la sua seconda faccia. Quel lato era leggermente diverso: a metà della sua altezza, la parete presentava quattro grosse finestre quadrate dalle quali filtrava una debole luce azzurrina. Entusiasta, Yara fece per scalare il muro, ma si accorse che il particolare minerale granuloso che lo costituiva non offriva appigli di sorta. Ansiosa di entrare, diede una rapida occhiata all’ambiente che la circondava, e fu incredibilmente fortunata nel trovare un valido ingresso alternativo.

Decisa più che mai ad impossessarsi di un favoloso bottino, Yara si arrampicò con l’agilità di un giaguaro su di un albero che cresceva di fronte ad una delle finestre. Nonostante la stanchezza, la sua tempra di guerriera le diede sufficiente forza da permetterle di issarsi sui robusti rami dell’albero e usarli come pioli per arrivare al punto che aveva scelto: un fitto groviglio di tralci, foglie e ramoscelli, che formava una sorta di ampio spiazzo vegetale, adagiato sulle fronde a diverse decine di metri da terra. Sopra di esso pendeva una lunga liana, che avrebbe consentito a Yara di penetrare all’interno dell’antico mausoleo.

Scavalcando uno strano ammasso di spine nere, la guerriera camminò con cautela su quella bizzarra radura pensile, afferrando la liana e saggiandone la resistenza. Sorrise soddisfatta nel constatare che sarebbe stata più che sufficiente per reggere il suo peso, e fece per lanciarsi, quando qualcosa la colpì alle spalle con tale violenza che quasi la spinse nel vuoto. Riprendendosi dallo stordimento, Yara si voltò a guardare il suo assalitore. A quanto pare, la massa di spine che aveva malamente oltrepassato pochi istanti prima non era affatto un oggetto inanimato. Davanti a lei due accecanti occhi bluastri squarciavano la penombra, rivelando le fattezze della creatura cui appartenevano: un quadrupede tozzo, con lunghe e massicce zampe aracnidi ricoperte di peluria ispida. Aveva una testa molto piccola, dalla quale spuntava un becco lucido e nerastro, e il suo dorso era ricoperto di aculei sottilissimi.

Yara valutò freddamente la situazione. Avrebbe potuto lanciarsi nel vuoto con la liana, ma con quella creatura che la intralciava non sarebbe mai riuscita a prendere una rincorsa sufficiente per slanciarsi fino ad una delle finestre, come avrebbe voluto fare. Inoltre, se anche ci fosse riuscita, c’era comunque da considerare che il mostro spinato avrebbe potuto ferirla con un attacco a sorpresa, e la prospettiva di immergersi in una rovina sconosciuta con un qualsiasi tipo di infortunio non la esaltava di certo. L’unica soluzione era combattere. Sospirando, Yara sguainò la massiccia ascia bipenne che portava sulla schiena. Quell’arma aveva reciso centinaia di teste e dilaniato decine di bestie feroci: era tempo di aggiungere un’altra tacca sulla sua impugnatura.

La creatura attaccò per prima, lanciando una sventagliata di aculei. Erano quasi invisibili nell’ombra, e solo i sensi acutissimi di Yara le permisero di schivarli percependone lo spostamento d’aria. La superficie dello spiazzo di tralci era estremamente instabile, e il minimo passo falso avrebbe potuto significare la morte. La guerriera avrebbe dovuto fare in fretta. Parando un’altra raffica con un fendente dell’ascia, si slanciò sul mostro. Questi tentò di arpionarla usando il suo lungo becco come una lancia, ma la donna schivò anche quel colpo e, raccogliendo le forze, piantò a fondo la sua pesante arma sulla schiena dell’essere. La struttura di tralci cedette sotto l’immane pressione dell’attacco, e la giovane fece appena in tempo ad estrarre l’ascia dal corpo della creatura che questa sprofondò nel nulla, sfracellandosi cinquanta metri più in basso con un tonfo molliccio.

Tirando un respiro di sollievo, Yara rinfoderò l’ascia. Evidentemente quella struttura sospesa doveva essere il nido dell’animale. Che creatura mostruosa! Un pensiero attraversò rapidamente il cervello della guerriera, suggerendole che, almeno su quel dettaglio, le storie di El erano esatte. Che lo fossero anche per quanto riguardava la piramide? Yara guardò una delle finestre, lontana davanti a lei. Quella luce che emanava l’interno…cosa significava? Là dentro c’era davvero qualcosa che sarebbe stato meglio non disturbare? Un essere talmente antico da sfidare l’età del pianeta Terra?

Ma no, che sciocchezza. La donna crollò il capo, deridendosi: i vecchi del villaggio bevevano troppo, era normale che la loro mente annebbiata partorisse assurdità. Con quel rassicurante pensiero in testa, prese la rincorsa e si afferrò alla liana, lanciandosi nel vuoto. L’aria le fischiò nelle orecchie mentre il terreno lontano scorreva sotto di lei e la piramide si avvicinava sempre di più. Quando la liana raggiunse la massima altezza di oscillazione, Yara la lasciò, e la forza d’inerzia la spinse verso la finestra, consentendole di attraversarla con sicurezza ed atterrare all’interno con una capriola.

Si alzò velocemente in piedi e si guardò intorno. Il corridoio in cui si trovava era piuttosto stretto e solcato da incisioni luminose che formavano un fitto reticolato di simboli arcaici di cui Yara non riuscì a stabilire l’origine. Molti segni assomigliavano vagamente ai caratteri sottili della lingua degli atlantidei, ma a parte quello erano del tutto indecifrabili agli occhi di una guerriera che di storia antica ne sapeva ben poco. Yara si avviò silenziosamente per il cunicolo, la luce azzurrina dei simboli che le mostrava la via da percorrere. Il percorso curvò bruscamente dopo pochi metri, e la donna si ritrovò a scendere per una lunga gradinata che la condusse, infine, in quella che sembrava essere una sala cerimoniale lunga forse cinquanta metri e alta altrettanto. Decine e decine di panche di pietra erano disposte ordinatamente sul pavimento intrecciato di ideogrammi lucenti, e dal soffitto penzolavano innumerevoli, enormi bracieri spenti fatti di uno sconosciuto materiale nero.

Scrutando il soffitto, la guerriera s’avvide che al suo punto centrale era disegnata, con la stessa metodologia usata per le altre incisioni, una colossale figura umanoide stilizzata, dalla testa oblunga e dai grandi occhi. La donna deglutì, inquieta: quel luogo sacrale emanava un’evanescente aura di mistero che le scuoteva il corpo di brividi. Si ritrovò a tendere involontariamente i muscoli delle gambe, e la mano destra le corse al manico dell’ascia. Sentiva che un invisibile quanto mortale pericolo era in agguato là dentro; e non avrebbe saputo dire se fosse solo una sua impressione, causata dall’estrema suggestione che quel tempio austero le aveva causato, o se invece si trattasse di una reale minaccia. In ogni caso, preferì continuare l’esplorazione mantenendo i sensi all’erta, anche se con ogni probabilità quel luogo era abbandonato da millenni.

Si incamminò verso quello che sembrava un altare posto di fronte ad una vasta arcata, composta dallo stesso materiale scuro di cui erano fatti i bracieri. Raggiuntolo, Yara s’avvide che la prospettiva l’aveva ingannata più di quanto avesse pensato circa le sue dimensioni. L’altare era alto quanto lei, ed era scolpito in un unico ciclopico blocco di minerale ambrato, forse lo stesso che costituiva l’intera piramide. La sua superficie era sporcata da ampie macchie di quello che sembrava sangue, rappreso ormai da secoli. Sui lati più corti, la struttura era attraversata da ampie scanalature che proseguivano anche sul pavimento, per poi scomparire in due fessure scavate agli estremi della sala.

Yara sapeva di fronte a cosa si trovava.

Un altare sacrificale.

Si ritrovò involontariamente a deglutire: erano migliaia di anni che i sacrifici umani erano stati proibiti ad Atlantide. Quanto era antico quel tempio? Quali blasfemi rituali erano stati eseguiti al suo interno? E in onore di chi?

La guerriera strinse più forte la mano sull’arma, intimorita ma provvista ancora di sufficiente coraggio da voler proseguire in quella folle avventura. Dietro l’altare la sala continuava fino all’arcata, nella quale era incassata una porta dai battenti titanici, fatti di mogano scuro. Yara le si avvicinò cautamente. Era accostata, e un minimo di forza sarebbe bastata per schiuderla. Tuttavia, qualcosa dentro di lei continuava a imporle di essere prudente. Così appoggiò l’orecchio alla fessura fra le due enormi ante, cercando di captare qualsiasi minimo rumore proveniente dalla stanza adiacente. Ma quella tomba mastodontica sembrava immersa nel silenzio più totale.

Con rinnovata determinazione, Yara fece forza su uno dei battenti, spalancandolo con un fastidiosissimo stridio che echeggiò ritmicamente per la vasta sala, e passò oltre, tesa per lo sforzo. Sbucò in un’altra stanza enorme, stavolta più larga che alta, anch’essa elegantemente istoriata di geroglifici azzurri. Al suo centro sorgeva un’altissima statua di ametista splendente, che raffigurava un uomo seduto fieramente su un trono di marmo. La sua testa era affusolata, e una pura nobiltà traspariva dagli enormi rubini di fuoco che gli fungevano da occhi. Lo stomaco di Yara si colmò di avide vertigini nel fissare quelle pietre. Dovevano avere un valore incalcolabile! Corse verso la statua, con l’intenzione di arrampicarsi su di essa in qualche modo e cavare i due monili con uno dei tanti coltelli che portava appesi alla corazza di cuoio. Ma nell’istante in cui posò un dito su quelle gloriose membra adamantine, l’intera stanza cominciò a tremare. Le gambe di Yara cedettero, e il suo corpo si rovesciò a terra. Si rialzò cautamente, mentre una pioggia di polvere sottile scendeva dal soffitto. Nonostante il tremore, però, la statua rimaneva immobile, fissava il suo sguardo nell’eternità. Yara imprecò: non poteva lasciarsi sfuggire quell’occasione, ma se l’ingresso fosse crollato, sarebbe rimasta intrappolata là dentro per sempre. E allora che se ne sarebbe fatta dei rubini?

Continuando ad imprecare, si allontanò dalla statua e corse verso la porta. Ma un attimo prima che le sue gambe scattanti potessero raggiungerla, una forza invisibile la sollevò nell’aria, mentre sotto di lei la terra tornava nel suo letargo pastoso. Gridò, il terrore che le affondava una lama nello stomaco. Lottò invano, contorcendosi e fendendo l’aria, nella disperata illusione che la sua forza fisica potesse in qualche modo opporsi a quell’ignota energia spirituale.

Levitò in aria finché non si ritrovò all’altezza degli occhi della statua. Li fissò, la cupidigia che risorgeva dentro di lei nonostante il pericolo in cui si trovava, e istintivamente tese le braccia per prenderli.

Fu in quel momento che la statua iniziò a mutare. Sotto gli occhi allucinati della guerriera, ogni traccia di minerale sulla superficie della mastodontica scultura si disfece in polvere, lasciando dietro di sé una pelle grigiastra e rugosa. Il petto dell’umanoide, prima immoto, si scosse, agitato da un potente respiro. E i suoi occhi…quel fuoco che aveva visto nei rubini era la furia che albergava dentro quelle pupille oblique, profonde quanto l’universo, che la fissavano irose, bramando forse la distruzione di colei che aveva osato disturbare il sonno dell’antica bestia.

Piccola umana– disse la creatura, squassando le pareti con la potenza della sua voce ciclopica–Hai violato un luogo inviolabile. Hai disturbato un sonno vecchio di eoni. Hai infranto un sigillo di morte. Come osi, tu, insignificante animale, deflorare la purezza di questa camera?.

Per diversi, terribili istanti, Yara fu incapace di proferir parola. La visione di quella creatura d’incubo, che pareva quasi uscita dal ventre della perversa Mu, le aveva incrinato la mente al punto da privarla temporaneamente della facoltà di linguaggio. Ma ella capiva che, se non avesse parlato, se non avesse almeno provato a discolparsi, il mostro l’avrebbe uccisa all’istante.

Così rispose.

-Io ignoravo cosa fosse questo posto! Sono solo una cacciatrice di tesori! Non sapevo…-

L’ignoranza è forte, in voi uomini. D’altronde, siete nati dalle bestie. Come potrebbe una bestia acquisire la vera sapienza?

-Chi…chi sei tu?-

Il mio nome è Rieh-Seh, e appartengo ad una razza antica, sorta ai tempi dell’Unico Continente. Prima della Divisione. Prima dei regni di Atlantide e dei Demoni di Mu

-Demoni? Quali Demoni?-

Oh…sono confuso…in che era siamo? Forse i Demoni devono ancora arrivare…non ricordo…è sempre così difficile distinguere il futuro dal passato…

-Non capisco…-

E mai capirai. La tua mente è piccola, primitiva. Ma all’epoca ci servivano degli schiavi efficienti, non dei successori. Non abbiamo voluto fare di meglio. Eppure, voi siete ancora qui, e noi, la nobile razza dei Nephilim, siamo morti. Noi, creati dalla Vita stessa, le emanazioni dei Sognatori dell’Universo…annientati così…

-Eppure, tu sei ancora vivo-

No, non sono vivo. Non come pensi tu. Il sigillo che hai rotto…non sono più sospeso…è passato troppo tempo…-.

Yara sentì che la forza invisibile la stava depositando a terra, ed intuì che doveva essere quella creatura a produrla, forse dalla sua mente così antica. Quando il suo corpo venne restituito al pavimento, la guerriera guardò in alto, cercando ancora lo sguardo di quell’essere misterioso. Che strano. Da laggiù era diverso. Sembrava così vecchio…così stanco…

Vedo il tuo destino, Yara dai Capelli di Sangue. Le tue gesta diverranno leggenda, e tu verrai venerata come una dea. Per centinaia di anni i più grandi guerrieri rivolgeranno a te le loro preghiere. Ma poiché il tempo scorre e pasteggia, anche tu, come noi, verrai dimenticata. Guarda questo santuario, vecchio di migliaia e migliaia di anni! Un tempo mi adoravate! Mi chiamavate Ymir e Yama, Padre, Antenato, Creatore! In centinaia calcavate questo suolo sacro, offrendomi i vostri sacrifici e sperando nella salvezza! Ma ora qui c’è solo polvere e silenzio. Nessuno è immortale. Neanche gli antichi Nephilim…-.

E, con quelle ultime parole, il Gigante che rispondeva al nome di Rie-Seh chinò il capo, serrò gli occhi invincibili, e si sciolse in un oceano di polvere dall’odore salmastro, i cui ultimi sbuffi giunsero fino ai piedi di Yara, ricoprendoli di fuliggine nera.

“[…] vi abbiamo visto i Giganti, figli di Anak, della razza dei Giganti, di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste, e tali dovevamo sembrare a loro”.

Numeri, 13, 30

 

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