La Saga di Prydain di Lloyd Alexander

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5782Vi voglio parlare di un libro High Fantasy e di un autore ingiustamente poco conosciuti in Italia, ma che in America ed in Gran Bretagna hanno una considerazione pari a quella di Tolkien. Molti anni fa la Walt Disney ne fece un (brutto) film d’animazione: Taron e la Pentola Magica, che non dà assolutamente l’idea del capolavoro da cui è stato tratto.  Lloyd Alexander ci descrive, con grande verve ed uno stile scorrevole ed accattivante, la terra di Prydain, una sorta di Galles mitico, in cui vive ancora il Popolo Fatato; gli uomini sono divisi in feudi sparsi per tutto il territorio, i Cantrev, sotto la nominale obbedienza al Supremo Re, Math figlio di Mathonwy.

Il grande avversario dell’umanità è Arawn, il Signore della Morte, che come Sauron vive in un’oscura torre, Annuvin; egli ha sottratto negli anni agli uomini tutti i segreti che rendevano facile e piacevole la vita, in una passata età dell’oro: aratri e falci che lavoravano i campi da soli, arcolai che tessevano con volontà propria, forge che modellavano spade magiche. Per ultimo egli era riuscito ad impadronirsi del Calderone Nero, capace di riportare in vita i morti e di trasformarli in zombi ai suoi ordini. Questa è la natura di Arawn: prendere le cose e corromperle con la malizia e la crudeltà: i Gwythaint, uccelli mostruosi e giganteschi dai becchi e dagli artigli affilati come spade, sono animali catturati e corrotti dalle sue arti oscure, divenuti fra i suoi più temibili servitori.

In questo Galles Fantasy vive Taran, un ragazzino orfano ospite del più grande mago bianco di Prydain, Dallben, e di Coll, un misterioso fabbro; Taran sogna, come ogni bambino, di diventare un eroe, di forgiare spade e di cavalcare alla testa di un glorioso esercito per sconfiggere Arawn. Invece è costretto a forgiare ferri di cavallo, a lavorare duramente nell’orto e ad accudire Hen Wen, una maialina bianca che ha poteri di premonizione. Taran è a tutti gli effetti un “assistente guardiano di maiali”, una definizione che all’inizio gli va un po’ stretta, e che lui considera come una condanna e un titolo poco onorevole.

Poi, quando il Re dalle Grandi Corna, braccio destro di Arawn, inizia a radunare il suo esercito per portare il dominio del male sul mondo, la maialina Hen Wen fugge dal suo recinto colta da un misterioso terrore; Taran, suo custode, è costretto ad inseguirla nella foresta, e da quel momento inizieranno per lui una serie di mirabolanti avventure.

 Questo bellissimo libro parla di alcune cose molto importanti: della crescita e della maturazione di una persona, del vero eroismo, dell’amicizia e dell’amore. Taran infatti possiede quello che ogni vero paladino dovrebbe avere: saggezza e grande bontà. Egli non è particolarmente forte, né abile con la spada; non ha poteri magici nascosti o bellezza fuori dalla norma. Ma è altruista e generoso, dotato di quel particolare coraggio che ti viene quando lotti per una giusta causa o per difendere le persone che ami; questo libro è fondamentalmente la storia della crescita di Taran, che imparerà con le esperienze di vita che il vero coraggio non si dimostra sul campo di battaglia, ma dissodando un campo di rape. Che forgiare le spade non è facile e certo non meno faticoso che tessere un mantello all’arcolaio, e che a volte ciò che si desidera di più è proprio quello che alla fine non si può ottenere. Soprattutto capirà che il percorso fatto è più importante della meta prefissa, perché spesso durante il viaggio si matura e si acquistano saggezza e maturità tali da rendere superflua la ricerca stessa.

Ciò che rende Taran vincente alla fine di ogni sua avventura è la sua capacitThe-Book-of-Three102à di donare se stesso agli altri, di aiutarli senza aspettarsi ricompense, di rinunciare a ciò che gli è più caro per il bene di tutti, di portare a termine gli impegni presi anche se costano sforzi e sacrifici dolorosi: questo suo donare disinteressato lo porterà ad avere aiuto quando la situazione è disperata e senza uscita. Anche risparmiare per pietà un potenziale nemico può causare il trionfo finale: come Gandalf dice a Frodo, che sperava nella morte di Gollum, non bisogna essere affrettati nei giudizi. Ed infatti, solo grazie alla pietà degli Hobbit per Gollum, egli sopravviverà abbastanza da distruggere l’unico Anello; anche la pietà di Taran per un Gwythaint ferito lo salverà in un paio di occasioni, di cui una decisiva per la conclusione della storia.

Taran risulta alla fine la quintessenza del vero paladino, così come andrebbe correttamente interpretato nel gioco di ruolo. Ma in questo libro ci sono altri magnifici, indimenticabili personaggi: Fflewdur Fflam, il bardo, che possiede un’arpa a cui si rompono le corde quando lui “esagera con la verità” (cosa che succede abbastanza spesso), il burbero Nano Doli, che non riesce a diventare invisibile come il resto del Popolo Fatato, la logorroica ed insopportabile principessa Eilonwy, il goffo principe Rhun, la lince gigante Lyam, senza parlare di Dallben, Coll, e di Gwydion, molto simile per carisma ed aspetto al mitico Aragorn. Descrizione a parte merita Gurgi, una specie di creatura pelosa a metà fra l’umano e l’animale che diventerà il più fedele compagno di Taran; Gurgi è come un cane dotato di parola: affettuosissimo, sempre affamato e preoccupato per la sua “povera tenera testa”, ma pronto a slanci di incredibile coraggio per amore del suo padrone.

 Il libro ha un tono abbastanza leggero, simile allo “Hobbit” di Tolkien, fino al Capitolo finale, “Il Supremo Re”, molto più cupo e duro, in cui tutte le trame giungono a compimento ed avverrà la battaglia finale fra  nostri eroi ed Arawn. Un libro che vi appassionerà, ma che vi farà anche riflettere sulla vita, da leggere e rileggere, da regalare agli amici, alle fidanzate ed alla mamma. Certamente il capolavoro dell’autore americano Lloyd Alexander, (Philadelphia 30 Gennaio 1924, 17 maggio 2007), e che lascia un grande vuoto nel panorama fin troppo commerciale del Fantasy moderno.

Giovanni Luisi

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