Alla locanda di Mastro Angelo: Intervista a Max Gobbo

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Alla locanda di Mastro Angelo

Max GobboOra che la locanda è tornata agli antichi splendori ho grandi progetti. Bisogna sempre guardare avanti, mai fermarsi, anche se è opportuno crearsi dei punti fermi. In questo caso ce n’è uno che non mi lascerà mai. Si chiama Birra!

Ma ho anche altre passioni e alcune ho scoperto di condividerle con il mio prossimo ospite.

Adoro le visioni malate degli autori che utilizzano la Storia (mi considero uno di loro).

Tra questi c’è sicuramente Max Gobbo.

MASTRO ANGELO «Buongiorno Max, cominciamo subito» e piazzo una pinta di birra davanti alla sua faccia incuriosita «Sei un docente: che cosa insegneresti alla Miskatonic University?».

MAX GOBBO Per quel che riguarda il discorso letterario in genere mi piace considerarmi allievo e non già insegnante o peggio ancora maestro, peccherei di presunzione. Figuriamoci poi, se si tira in ballo la prestigiosa e immaginifica università creata dal portentoso ingegno di Howard Phillip Lovecraft. Se proprio dovessi varcare la soglia di questo ateneo del mistero, potrei farlo solo in veste di matricola. Se invece fossi chiamato a suggerire un nome per il suo staff d’insegnanti, direi, il professor Ḥayyān dell’università Al-Qusayr, docente di scienze alchemiche e occultismo, uno dei massimi esperti al mondo di materie oscure, di cui parlo anche nel mio Storie del Necronomicon.

MASTRO ANGELO «Certi romanzi nascono più dalla curiosità dell’autore che dal voler stupire il lettore. Quale scintilla ti ha indotto a scrivere le Storie del Necronomicon?»

MAX GOBBO Venendo alla seconda domanda, e in particolare allo spunto da cui ha preso le mosse la narrazione dei fatti di cui parla il libro, dovrei fare riferimento, naturalmente, al Necronomicon in quanto testo di magia nera: l’indicibile distico di cui parla per la prima volta Lovecraft ne Il Cane (1922). Ebbene in veste d’autore sono stato attratto in primo luogo dalla grande carica misterica dell’argomento e dall’insieme delle suggestioni che tramanda. Occorre aggiungere che scrivere un libro del genere comportava tutta una serie di difficoltà, per nulla semplici da affrontare. Prima fra queste, quella di voler raccontare qualcosa d’originale pur rimanendo nel solco lovecraftiano.

Ora considerando che gli autori che si sono ispirati alla sua opera costituiscono una vera folla, il rischio era quello di incorrere nei soliti topos apparendo banale, o ancora, limitarsi a riutilizzare alcune delle sue invenzioni narrative, e personaggi in modo pedissequo. Da ciò si comprende la complessità dell’operazione. Dunque il mio intento fin dapprincipio fu quello di scrivere una serie di racconti alla Lovecraft senza, peraltro, apparirne uno scolorito epigone; raccontando vicende che, pur rifacendosi apertamente al suo modo d’intendere la narrativa dell’orrore, come pure ai suoi temi preferiti, parlassero ai lettori suggerendo qualcosa di nuovo, meglio ancora di inaudito. Per far ciò, mi sono posto il problema dello stile da utilizzare. La risposta a questo primo quesito comportava, nella mia visione, la scelta d’un registro narrativo che facesse il verso a quello del Maestro, senza apparire posticcio o artificioso. Pertanto l’uso di stilemi e consuetudini linguistiche tipici in Lovecraft, ma anche in autori come Howard (anch’egli presente nel libro), è stata una parte importante del lavoro. Risolti i problemi legati alla prosa, rimanevano quelli ancor più complessi relativi al tipo di storie da narrare, e cosa di non poco conto, alla necessità di legarle fra loro in modo organico e originale. Come si vede la sfida che mi accingevo ad affrontare era ardua, e prevedeva un buon numero di rischi. Ma i libri “facili” non mi sono mai piaciuti, né avrei reso giustizia, con delle ovvietà, alla straordinarietà dell’opera dello scrittore americano.

Storie del NecronomiconScrivere alla Lovecraft senza imitarlo, creare qualcosa di realmente nuovo, perfino innovativo, pur restando fedele a quello che Gianfranco de Turris nella sua acutissima, e dotta prefazione al libro definisce il canone lovecraftiano.Questo l’obiettivo ambizioso da conseguire, che già da solo definisce la problematicità del compito. Da qui nacque l’idea di utilizzare una struttura del testo di tipo circolare, o meglio a spirale. Un’insieme di scatole cinesi che contenessero in un susseguirsi di autocitazioni e rimandi, gli elementi fondamentali delle vicende narrate. In questo modo tutti i racconti, legati da un unico filo conduttore che attraversa lo spazio e il tempo, vanno a costituire un autentico romanzo episodico. Un lavoro che fa della sperimentazione il suo leitmotiv, come occhiutamente rilevato da Riccardo Rosati che ne ha sottolineato la natura metaletteraria.

MASTRO ANGELO «Ti va di parlarmi della tua visione particolare della storia? Garibaldi e i mostri meccanici; La Maschera Nera; L’incontro di Teano; Capitan Acciaio. E poi?»

MAX GOBBO Non credo si tratti della prospettiva con cui guardo alla storia, piuttosto d’un certo interesse per il tema ucronico e quello retro-futurista. Insomma, l’eterno fascino di quel che sarebbe potuto accadere e invece… Utopie temporali e dintorni: ecco il tema che mi affascina come romanziere. Una delle caratteristiche principali delle opere sopra citate risiede nel desiderio di raccontare storie dal sapore immaginoso, e fantascientifico ambientate nel passato italiano. Nasce così il ciclo di racconti ispirati al Risorgimento che è, a mio giudizio, ancor più pregno di spunti originali della tanto celebrata epoca vittoriana. Meglio la belle epoque italiana, e il periodo umbertino, rispetto alla gloriosa epopea dell’impero britannico? Sono forse da preferire i fumi e le nebbie londinesi alla calda solarità del Mediterraneo? Questione di gusti ma anche d’estetica. Tornando alle mie storie dal piglio retro-futurista, termine che reputo più appropriato rispetto a quello di steampunk, credo che anch’esse si pongano in un’ottica d’originalità. Penso a Capitan Acciaio, primo esempio di supereroe italiano in veste dannunziana, ma anche alle rivisitazioni tecnologiche dal timbro allostorico di racconti come L’incontro di Teano, in cui “l’Eroe dei due mondi” guida una moto fiammeggiante in stile Marlon Brando ne Il Selvaggio, e maneggia con impareggiabile abilità una spada laser di jediana memoria. Ma vi sono pure delle novità di prossima uscita di cui parleremo in un’altra occasione.

MASTRO ANGELO «La domanda mi viene spontanea e forse scontata. Qual era la tua materia preferita a scuola?».

MAX GOBBO Naturalmente lettere: ero piuttosto bravo con i temi. Ma la materia che più avrei gradito non era prevista dai programmi didattici. Sto parlando del sognare ad occhi aperti. In effetti da ragazzino avevo davvero un’immaginazione prodigiosa e amavo, come adesso, immergermi in quello che mi piace definire l’altrove sognante. Teoria e pratica del fantastico questa sarebbe stata la disciplina che avrei più desiderato studiare.

MASTRO ANGELO «Le tue visioni sono geniali o malate? Non fraintendermi, intendo dire, frutto della tua genialità o delle malattie del mondo?»

MAX GOBBO Né l’una né l’altra, immagino. Di fatto non mi ritengo di certo un genio e neppure un pazzoide, anche se una certa dose di follia necessita a chi scrive. Riguardo la faccenda del mondo e delle sue patologie non saprei; comunque non credo d’essere quel tipo d’intellettuale che propone ricette più o meno insensate per risolvere tutti i problemi del pianeta, tanto più che a pensarci ci sono già i politici. Però un autore deve possedere una visione del mondo una Weltanschauung, altrimenti non avrebbe la forza e l’autonomia per raccontare le sue storie, e dar vita ai suoi personaggi. Di più, uno scrittore – ma io come Landolfi preferisco definirmi uno scrivete – , che è un intellettuale, deve assumersi delle responsabilità sia di tipo estetico che di tipo morale. E questo inevitabilmente mi porta a parlare, ancora una volta, di letteratura, anzi delle diverse percezioni che di essa si hanno.

Faccio riferimento all’oramai vetusta distinzione che viene operata (specie qui in Italia) fra letteratura così detta impegnata e quella di genere. Si è abituati a considerare, che so: I Viceré di De Roberto letteratura alta, mentre un’opera come City di Clifford D. Simak apparterrebbe alla narrativa di genere e quindi popolare. Questo per dire che spesso si operano delle forzature che non tengono in debito conto il valore delle singole opere (eccellenti entrambi, nell’esempio di cui sopra). Da questo punto di vista gli americani si dimostrano più attenti quando usano il termine mainstream, alludendo alla corrente dominante in letteratura in un dato momento storico. Ora se al giorno d’oggi in pieno postmodernismo (ma ci sono studiosi che già lo danno per defunto), va per la maggiore la narrativa che si rifà alle sue tematiche, è altrettanto vero che a cavallo tra il settecento e l’ottocento predominava il gotico, vero antenato della moderna narrativa dell’orrore, e per altri versi della fantascienza. Pertanto la narrativa di genere, – e in particolare quella dell’immaginario (fantascienza, horror, fantasy ecc.) – , come pure quelle d’altro tipo, andrebbero considerate unicamente con il crisma dell’arte. Semplificando si potrebbe dire con Oscar Wilde: “…ci sono libri scritti bene o male”. Dopo di ciò, ritengo che la narrativa di fantascienza sia quella che già oggi, e a maggior ragione in futuro, si prefiguri come letteratura mainstream. Dico questo a ragion veduta: basti guardare al come la tecnologia e la scienza siano entrate a far parte delle nostre vite e le condizionino profondamente. Ora bisogna solo aspettare che la critica se ne accorga: ci vorrà del tempo, ma succederà. A proposito di fantascienza e di letteratura contemporanea, vorrei fare qualche considerazione. Sono convinto – e non sarò certo il primo a dirlo – che occorra riflettere sui rapporti esistenti tra fantascienza e postmodernismo. Non parlo della Sci-Fi delle origini, e neppure di quella della Golden Age: entrambe appartengono alla cultura del positivismo e del realismo. Mi riferisco, invece, alla fantascienza scritta dopo la seconda guerra mondiale, periodo in cui inizia (per alcuni) ad affermarsi l’idea postmoderna. Tuttavia nel caso della Sci-Fi, in cui si sarebbe portati a pensare a una svolta atomica (con l’esplosione delle prime bombe nucleari), le cose hanno preso una piega temporale diversa. Infatti, a mio modo di vedere, si dovrebbe parlare d’una fantascienza pre-allunaggio e di una post-allunaggio. La questione atomica resta fuori discorso poiché mentre i fantascientisti, da Asimov a Clarke, avevano ampiamente preveduto la corsa allo spazio: ad eccezione di Wells, nessuno anticipò l’invenzione della bomba. Si potrebbe perciò dire che la fantascienza (e con essa il mondo) fu colta di sorpresa da Hiroshima e Nagasaki. Naturalmente questo non accadde con la conquista della luna. Ecco perché la Sci-Fi che seguì alle missioni Apollo è, a mio avviso, una forma di letteratura postmoderna, o più precisamente – dal punto di vista storico e tecnologico – , post-allunaggio. Un discorso a parte andrebbe fatto per la fantascienza contemporanea, che potrebbe esser nata con l’avvento dell’informatica: ma questa è un’altra storia…

MugMASTRO ANGELO «Sarebbe facile chiederti chi sono i tuoi “maestri”, nel senso chi ritieni ti abbia ispirato maggiormente, io invece ti chiedo che “studenti” vorresti».

MAX GOBBO Nonostante la mia professione al di fuori della scuola, non ritengo di poter insegnare, specie in ambito letterario, niente a nessuno. Vorrei continuare a imparare e a migliorami come autore, null’altro. Immagino, dunque, che non mi resti che parlare dei miei ispiratori che sono: Buzzati, Kafka, Salgari, Landolfi, Verne, Poe e tanti altri che pure meriterebbero d’esser citati col rischio di diventare prolisso. Come si nota, si tratta di autori appartenenti a generi differenti e distanti per temi e stile. Un po’ come la mia formazione culturale che, per quanto limitata e spuria, si è dissetata presso svariate fonti. Analogamente devo molto alla “settima arte”. Infatti certe immagini e determinate atmosfere difficilmente possono essere ricreate con la sola scrittura. Ma soprattutto desidero ringraziare colui che più d’ogni altro mi ha aiutato nel mio percorso: Gianfranco de Turris, impareggiabile guida e insigne studioso del fantastico.

Vedo la gente che comincia a dimostrare insofferenza… me ne frego, la compagnia è troppo interessante.

MASTRO ANGELO «Torniamo un attimo al tuo Steampunk Italiano. Spazi dal risorgimento fino ai primi del ‘900, L’epoca del vapore italiano. È rimasta qualche storia da raccontare?»

MAX GOBBO Howard diceva che in ogni singolo paragrafo d’un libro di storia si possono incontrare spunti per un’infinità di racconti. Aveva ragione, e a dimostrarlo ci sono le opere straordinarie di scrittori del calibro di Scott, Manzoni e Cooper. La stessa cosa vale per il periodo risorgimentale e non solo. Quindi si possono scrivere ancora molte storie interessanti, divertenti e appassionanti anche in chiave retro-futurista. Credo però che la questione estetica, come quella culturale e linguistica debbano avere la loro parte. Mi spiego meglio: sarebbe del tutto inutile, finanche ridicolo, cercare di scrivere ad ogni costo storie che tentino di emulare, o peggio scimmiottare la narrativa d’oltre Manica o d’oltreocèano. Noi abbiamo una storia, e una cultura che differiscono alquanto da quelle di altri popoli. A ciò va aggiunto che per risultare credibili bisognerebbe scrivere di cose che ben si conoscono. Purtroppo non sempre è così. Qualcosa del genere accade in quei romanzi, scritti da taluni autori anglofoni, ambientati nella Roma antica, in cui, si fanno discorrere dei centurioni romani alla maniera di tassisti newyorchesi. Ma non desidero essere frainteso: ovviamente è possibile per un autore nostrano scrivere buone storie con ambientazioni e personaggi stranieri; basti pensare alla straordinaria stagione cinematografica del western all’italiana. Tuttavia non tutti hanno il talento e la sensibilità di Sergio Leone o Bruno Corbucci. Infine per quel che concerne le radici storiche e letterarie dello steampunk, sono dell’avviso che vadano ricercate nel romanzo scientifico, quello di Verne e Wells; ma anche nelle opere di scrittori italianissimi quali Viganò, Ferri, Yambo e Salgari.

MASTRO ANGELO «Nel tuo curriculum ci sono anche numerosi articoli e interviste (una passione comune)» mi si illuminano gli occhi mentre lancio la mia provocazione «puoi fare un viaggio nel passato e hai due domande: una per Lovecraft e una per Howard».

MAX GOBBO Egoisticamente chiederei a tutti e due un parere su certi miei lavori: chi non bramerebbe la consulenza di due mostri sacri? Tuttavia se davvero potessi viaggiare a ritroso nel tempo, magari con l’ordigno di Wells, non proporrei loro un’intervista, ma piuttosto vorrei comunicare qualcosa. Nel dettaglio: a Robert Howard racconterei di come le sue opere hanno fatto sognare intere generazioni di lettori, e di quanto sia stato icastico Schwarzenegger nei panni, pardon, nei muscoli di Conan. Da Lovecraft invece mi presenterei con il tomo edito da Mondadori dedicato alla sua opera poderosa. Sono sicuro che a lui, che in vita non ebbe mai la soddisfazione di vedersi pubblicato alcunché se non dai pulp magazine americani, farebbe piacere.

Se non voglio restare senza clienti è meglio che torni al banco, ma prima di lasciare il mio ospite ai suoi doveri con i suoi ammiratori, gli lancio un’ultima sfida…

MASTRO ANGELO «Come sarebbe una favola raccontata in stile Max Gobbo?».

MAX GOBBO Sicuramente anticonvenzionale. Però più che per le favole, in cui c’è sempre una morale, mi sento versato per le fiabe. Penso, per esempio ad una fiaba nera, oppure a una versione rivisitata d’un classico. Credo che una matrigna buona vessata da una perfida Biancaneve potrebbe rivelarsi un’alternativa interessante, anche se non un’assoluta novità. Anche il ricorso all’ironia potrebbe introdurre elementi inusitati e stimolanti. Mi vengono in mente film come I Fratelli Grimm e l’incantevole strega, o Cappuccetto Rosso sangue: gradevoli divertissement che giocano col tema metaletterario. E poi c’è la serie di Sherk, intelligente e innovativa. Naturalmente ho le mie idee, ma in quanto autore del fantastico preferisco non rivelarle.

MASTRO ANGELO «Grazie Max, vuoi fare un saluto ai tuoi lettori?».

MAX GOBBO Volete davvero misurarvi con l’avventura? Levate l’ancora e spiegate le vele, e io vi condurrò sui lidi dell’impossibile!

Ora devo proprio andare. Max è stato un ospite splendido e geniale. La sua foto merita un posto nella Parete delle Glorie che hanno bevuto nella Locanda. Lo spazio è ancora tanto, chi sarà il prossimo?

Angelo Berti

Max GobboL’AUTORE

Max Gobbo alias Massimiliano Gobbo (1967), insegnante, nel tempo libero si dedica alla scrittura. Tra i suoi interessi principali figurano la narrativa dell’immaginario, la letteratura e il cinema. È autore di diversi romanzi e di racconti fantastici come Garibaldi e i mostri meccanici e la Maschera nera, che rileggono in chiave “retrofuturista” la storia d’Italia. Nel 2010 esordisce con Protocollo Genesi edito da Aracne editrice presentato al XXIII Salone internazionale del libro di Torino. Nel 2012 è finalista a Giallolatino col suo racconto La palude dei caimani. Nel 2013 ha presentato al festival internazionale di fantascienza, Sticcon di Bellaria il suo Capitan Acciaio supereroe d’Italia edito da Psiche e Aurora editore, con prefazione di Gianfranco de Turris. Maggio 2014, sulla prestigiosa rivista “Robot” (Delos Books) appare il suo racconto a tema steampunk, L’incontro di Teano. Luglio 2014, sulle pagine di “IF – Insolito e Fantastico” rivista edita da Solfanelli compare il suo Aeronavi Italiche. Il 2015 vedrà l’uscita d’un suo nuovo romanzo L’Occhio di Krishna per Bietti Editore. Attualmente collabora con diverse riviste: “Skan Amazing Magazine”, “Politicamente.net”, “Letteratura Horror”, e col quotidiano on line “Barbadillo”. È curatore della sezione narrativa per la rivista “Antarès”. (Fonte della biografia: http://www.edizionitabulafati.it/maxgobbo.htm)

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